domenica 3 maggio 2015

Precarientola - favole in tempo di crisi

C'era una volta, in un Paese non troppo lontano, una fanciulla di nome Precarientola. Era una ragazza semplice e di buon cuore, al contrario delle sorelle Anasteja e Genuflessa. 
La prima aveva fatto successo partecipando a un famoso magic-show in cui, più che per le doti canore, era emersa per lo striptease estremo condotto sul palco. 
Genuflessa, invece, aveva fatto carriera nella politica, arrivando ad essere segretaria personale del Ministro della Magia. Qualcuno malignava sui metodi poco ortodossi con cui si era guadagnata quella posizione, ed alludeva a posizioni ben più equivoche da lei assunte per ingraziarsi i politici. 
In tutto ciò, Precarientola, invece, era il disonore della famiglia: dopo contratti, CoCoCo, CoCoPro e CoCoDè mai riconfermati, si era ridotta a fare le pulizie nella magione di famiglia - senza ferie, contributi o giorni liberi - sotto l'occhio critico della matrigna. 
“Sei proprio senza ambizioni” le diceva sempre, da ex- ballerina che si manteneva grazie al defunto marito “Guarda le tue sorelle, come sono realizzate! Tu, invece, dovresti ringraziarmi se ti permetto di lavorare per me”. 
Ma la peggiore costrizione, più delle cerette inguinali alla villosa Anasteja o dell'unguento sulle ginocchia infiammate di Genuflessa, era la trasmissione Principi&Fate. Anche quel giorno fu costretta ad unirsi a loro di fronte alla magivisione, dove una fatina tutto pepe, indecisa tra due fustacchioni con le sopracciglia depilate, scelse infine il più biondo e stupido tra i due.
- Vuoi esseve anche tu fata pev un giovno? - concluse la conduttrice, un essere magico con corpo di donna e voce di uomo – Pavtecipa oggi stesso ai pvovini di Pvincipi&Fate e conquista il tuo pvincipe azzuvvo! -
E all'improvviso, in mezzo al salotto, comparve l'ologramma di un principe seminudo, con magnetici occhi azzurri, folti capelli ondulati, fisico scolpito: ogni suo poro sembrava emanare virilità, mentre con sguardi languidi ammiccava alle presenti. Il tempo di risvegliarne la libido e nebulizzare definitivamente ogni neurone femminile e il principe azzurro sparì, lasciando nell'aria un invitante odore di dopobarba e muschio bianco.
“R-ragazze, dovete partecipare” sancì la matrigna, ancora in subbuglio.
“Oh sìììììììììì mamma!” strillò Anasteja, incrinando i vetri del primo piano “La manager sarà felicissima, la mia immagine era in calo”.
Anche Genuflessa, inginocchiata (ormai per abitudine) di fronte alla tv, era entusiasta. “Potrebbe essere una mossa politica interessante. E poi insomma, sarà pure ora di invertire le parti”.
Precarientola nel frattempo era rimasta ammutolita: quello sguardo misterioso e provocante aveva risvegliato in lei emozioni mai provate. Dopotutto, nella sua austera vita non aveva modo di conoscere uomini, se non quel tontolotto di Pier, il fattore, che si ostinava ad invitarla a cena nella sua stalla.
Mentre lui... lui... arrossì, pudica, a quei nuovi istinti e senza neanche accorgersene si ritrovò a pigolare: “Vorrei partecipare anch'io.”
In un istante le tre donne nella stanza tacquero, si guardarono, infine scoppiarono a ridere.
“Precarientola, ma che vai dicendo!”
“Tesò, ma ti sei vista? Sarai almeno una 44!”
“Non hai neanche lo shatush, poi. E quelle labbra naturali!”
Proseguirono a lungo, smontando ogni singolo componente del suo corpo e della sua autostima, finché la matrigna, accantonando la questione con un leggero svolazzo della mano, decretò: “Tu starai a casa, non sei fatta per quegli ambienti chic. Invece pensaci, con Pier ti vedo bene...a lavorare nella stalla!”
Tra risate beffarde, corse su per le scale, nella sua stanzetta in soffitta, e si buttò singhiozzando sul pagliericcio. Non era giusto. Lei non era da meno delle sorelle, anche senza labbra rifatte e lo shatush, qualunque cosa fosse. E perché doveva rinunciare a quel gran pezzo di... cioè, a quel bellissimo principe?
Sentiva al piano di sotto il vocio eccitato delle sorelle che si preparavano, il ronzare furioso del silk-epil e gli strepiti della madre. Quella sera sarebbero andate ai provini lasciandola lì, in quella soffitta puzzolente, circondata di topi...
All'improvviso un bagliore azzurro la accecò, rivelando una meravigliosa donna celestina, con ali e bacchetta magica.
“C-chi sei?” esclamò la fanciulla spaventata.
“Io sono Fata Presepia” rispose con voce suadente e accento spagnolo “Sono la fata dell'estetica e del bell'apparire, e sono qui per aiutarti”.
“Davvero puoi? Io...io vorrei partecipare ai provini di Principi&Fate!”
Presepia inorridì. “Con quei capelli? E amore, non vorrei dirti, ma hai dei fianchi...”
L'altra chinò il capo: “Aiutami ad essere come loro, come te! Rendimi bellissima”.
Con un sorriso di Presepia e un frullio di bacchetta, l'incantesimo si compì: di colpo i suoi capelli divennero bicolori, le sue curve scomparvero, le labbra si gonfiarono come canotti e le spuntarono due bocce così. Con le ultime scintille di magia colpì due topolini, che diventarono un dj e un rapper tatuato, e una zucca nel cortile, trasformata in hammer rosa shocking.
“Vai, presto! Se entro mezzanotte conquisterai il principe resterai così per sempre”.
Precarientola corse via, e in un baleno fu ai provini. Le concorrenti c'erano tutte, comprese Anasteja, con un tatuaggio nuovo di zecca, e Genuflessa, vestita da professoressa sexy.
E anche lui era lì, in carne e testosterone, beato tra quella moltitudine ormonosa: ancora più bello di quanto non fosse apparso in video.
Il dj fece partire una musica assordante su cui il rapper ricamò rime inneggianti a Precarientola: e la fanciulla, ancheggiando, arrivò di fronte al principe, che la guardava famelico.
“Ciao, Pupa” mormorò, facendola fremere.
“Ciao principe!” trillò, con la voce più alta di due ottave per l'emozione.
“Ciao, Pupa” disse ancora, con la stessa espressione.
“Ehm...ciao, principe”
“Ciao, Pupa”
“Sì, principe, ciao anche a te...potremmo andare oltre i reciproci saluti?”
Ma quella meraviglia della natura sembrava essersi incantata. “Ciao Pupa, ciao Pupa, c-ciao Pu...”
“Oh, uff, di nuovo!” Un frullio azzurro e fata Presepia comparve accanto al principe inceppato, che continuava a blaterare. Con un unghia smaltata iniziò a pigiargli la nuca: “Ehi! Ehi smettila! Smettila! Oh, non mi lasci altra scelta...”
Corrucciata, gli puntò contro la bacchetta magica: un sonoro puf, una nuvola di fumo, e il principe si dissolse, rivelando...
“Pier?! ”
“Esatto” sospirò Presepia “Anche lui mi ha invocato, voleva riuscire a conquistarti...se ce l'avesse fatta entro mezzanotte, sarebbe rimasto così per sempre”.
La fanciulla guardò il suo eterno spasimante con nuovi occhi, e solo allora capì l'amore che provava per lei. Si chinò per baciarlo, ma alla vista delle sue labbra gonfie lui si sottrasse.
“Aspetta! Anche per te valgono le stesse condizioni? Resterai così?”
“Sì, se mi baci entro mezzanotte”.
“Allora” rispose Pier, guardandole il viso trasformato “credo proprio che aspetterò un po'. Intanto che ne dici di quella famosa cena nella stalla?”

Una volta riacquistate le sembianze normali, i due si sposarono: Pier la prese nella propria fattoria, che sotto la sua guida divenne una florida azienda agricola. Da quel giorno Precarientola prese il nome di Assunta, e vissero felici a tempo indeterminato.



∼ Marta∼











mercoledì 22 aprile 2015

[L'wW] - Romana di Ostia





Povera son sempre stata e sempre lo sarò pure se mi spezzo la schiena di lavoro, a pulire scale e condomini. Non vivrò mai serena, l’ansia della terza settimana me la porterò dentro finché campo. 
Sfortunata certo sono stata, un marito che è più dentro che fuori di galera, buono a farci niente, ubriacone molesto che preferisco stia via, almeno non mi mena. 
Io sono sempre stata precisa e onesta, eppure non mi è riuscito di crescere su i miei figli come me, tutti del padre hanno ripreso. La femmina che vuol fare la modella e torna tardi la sera perché, dice lei, in discoteca incontra i manager importanti, di quelli che fanno diventar famosa la gente, i talent scaut si chiamano. Gli altri due, i maschi grandi, che sono dei ladruncoli di mezza tacca, bravi solo a ricalcare le orme del padre. L’unico che mi fa tenerezza è quello piccolo che sembra non voler crescere mai, forse perché ha già capito quale futuro lo attende e preferisce scartar di lato. Mi fa pena quando lo guardo, perché non riesco a dirgli che prima o poi toccherà pure a lui, che la vita arriverà di botto e in modo crudele a dirgli che non c’è salvezza per noi che siamo destinati a una vita da piccola gente. 
Io l’ho capito da tanto, che son destinata a viver di patimenti, sempre attenta a ogni euro, sempre piegata a pulire, sempre in giro con la mia tuta da ginnastica nera a righe bianche e i maglioncini acrilici da pochi euro della bancarella. 
Una volta ero bella, ora il mio viso è scavato dalla stanchezza, sembro vecchia e ho poco più di quarant’anni. 
Troppo spesso mi scambiano per rumena, quando io sono romana, romana de Ostia. 
Sarà che la povertà imbruttisce e in questo diventiamo tutti uguali, tutti dello stesso paese: il paese dei poveracci, come me, che hanno gli occhi spenti e nessun futuro diverso da sperare.

Questo racconto fa parte della raccolta "Incontri metropolitani" leggibile gratuitamente on line a questo link

∼ Loriana ∼






venerdì 17 aprile 2015

Degli dei e di altri demoni - Alfeo

A cura di Alessandra Nitti



Favole, miti e leggende del mondo del fantastico, tra letteratura e arte. Viaggi vituali e reali d'evasione... tutto in una pagina: questa!



Se mi chiedi quali sono stati i miei grandi libri, sono stati i viaggiatori del passato, ho sempre viaggiato con loro, erano i miei migliori compagni di viaggio. 
Tiziano Terzani


Degli dei e di altri demoni
Alfeo


Alfeo


Lisaweta era una puttana.
In piedi accanto alla finestra, osservava la neve vorticare oltre i vetri appannati. Espirò l'ultima boccata di fumo, poi spense la sigaretta nel posacenere, schiacciandola con forza. Guardò il mozzicone, così stritolato e con quella macchia di rossetto simile a sangue, agonizzante. Due colpi alla porta la riscossero dai suoi pensieri. Si sistemò meglio la pelliccia che le aveva regalato qualcuno anni prima, uno straniero in viaggio a Mosca.
Altri due colpi.
Lisaweta si avvicinò e fece scattare la serratura. Aprì la porta, una folata gelida si introdusse nella stanza, subito seguita da un uomo.
«Sei tornato, Sacha.»
L'uomo entrò senza rispondere, si ripulì il naso con la manica del pastrano consunto. Lisaweta lo guardò per alcuni istanti: Sacha sembrava parte dell'arredamento, o forse lo era davvero, vecchio e consumato, con i capelli biondi ingrigiti come la pelle da gran bevitore, aveva la stessa tonalità dell'intonaco crepato della stanza. Il fisico, sghembo e rotto, assomigliava vagamente all'armadio con l'anta penzolante per metà e al letto con una gamba più corta che traballava fastidiosamente quando Lisaweta lavorava. L'uomo fissò i suoi occhi grigi e iniettati di sangue sulla donna. Le si avvicinò, inondandola con il suo puzzo di alcol.
«Oggi è il mio giorno di riposo.» Lisaweta si ritrasse, rabbrividendo di ribrezzo. «E sono due mesi che fai credito.»
«Non ho soldi» si difese l'uomo, la voce ispida graffiò le orecchie di Lisaweta come carta vetrata.
««Allora va' via e torna quando avrai di che pagarmi.» Indicò con una mano la porta.
L'uomo non si mosse, rimase lì a guardarla con la bocca aperta, sperando che Lisaweta cambiasse idea. Si portò una mano sui calzoni, toccandosi lievemente.
Lisaweta si avvicinò alla finestra e si accese un'altra sigaretta, decisa ad ignorare l'uomo. Due coraggiosi passanti attraversarono la strada gelata di quella mattina di novembre. Sentiva lo sguardo ansioso di Sacha bruciarle la nuca, i passi strascicanti dell'uomo avvicinarsi a lei. Non la toccò, si sedette di fronte a lei e si abbassò i pantaloni, senza smettere di accarezzarsi.
Lisaweta fumava, nervosa: le faceva ribrezzo quell'uomo e le faceva ribrezzo la propria vita. Eppure provava compassione per entrambi.
La giovane e bella Liza, piena di vita e serena, amata da molti, era stata strappata dai suoi sogni di bambagia. Confusa, aveva iniziato a disprezzare la vita, a odiarla, con amarezza e disillusione aveva colto l'inutilità dell'esistenza.
Si era ritrovata in quella stanzetta del terzo piano che puzzava di fumo e di sesso, con l'intonaco che si staccava dalle pareti e le piastrelle del pavimento che si spaccavano per il freddo. Guardò Sacha, anche lui una volta era stato bello e giovane ed era stato strappato via dai suoi sogni. Ora non poteva neanche più permettersi una puttana. A Lisaweta fece pena. Spense la sua sigaretta proprio mentre Sacha veniva sulle sue stesse mani. Lei li guardò entrambi, il mozzicone di sigaretta e il mozzicone di uomo. Sacha aveva consumato la sua vita e si era ritrovato tra le mani solo cenere attorno a quel corpo bruciato dagli anni, dai vizi e dai tormenti. L'uomo si ripulì velocemente ed uscì dalla stanza senza dire una parola, Lisaweta si avvicinò allo specchio e guardò la donna che vi era riflessa.
Le labbra piene curvate dall'amarezza erano tinte di rosso, la pelle liscia aveva una sfumatura giallastra, i capelli biondi legati in alto parevano sbiaditi, come la sua stessa anima, il collo era ancora alto e liscio, ma non sarebbe durato tanto. Presto sarebbe diventato grigio come le pareti di quella stanza, come le pareti della sua esistenza.
Forse poteva ancora salvarsi, lì, sul ponte.
Lì c'era la sua via d'uscita.
Corse fuori, avvolta nella sua pelliccia, consumata anch'essa, come tutto quello che la circondava. Corse per le strade della capitale, scivolò sul ghiaccio e cadde, si rialzò velocemente e continuò la sua folle corsa verso l'uscita di sicurezza.
Arrivò.
Sotto di lei il fiume era ghiacciato. Sapeva che se si fosse gettata da quell'altezza avrebbe frantumato il ghiaccio e sarebbe stata accolta dalle acque torbide e fredde. Per sempre. Si rammaricò pensando che avrebbe potuto portare con lei Sacha. Avrebbe potuto salvarlo dal grigiore. Dalla solitudine. Dall'amarezza.
Amara.
Così era stata la breve vita della bella Liza.

Si lasciò cadere giù, richiamata dalla dolcezza delle tenebre eterne.

 

sabato 28 marzo 2015

Volare dopo il disastro: cosa fareste nei vostri ultimi 8 minuti?


La tragedia dell'Airbus Germanwings ha profondamente scosso il mondo del web, sia per la portata dell'incidente, sia per le agghiaccianti dinamiche con cui si è svolto. Dalle registrazioni della scatola nera, oltre al disperato tentativo del pilota di riprendere il controllo, emerge che i passeggeri avevano capito a cosa stavano andando incontro. E mentre tutto il mondo piange le sue vittime, il pensiero va inevitabilmente a cosa devono aver provato quelle persone nel sapere di essere a pochi minuti dalla fine della propria vita.

Per quanto mi riguarda, dovendo prendere un aereo il giorno successivo e avendo avuto incubi su un disastro aereo la notte prima, l'immedesimazione è stata violenta e inevitabile. E così, mentre il mio aereo iniziava le procedure di decollo, questo interrogativo martellava prepotente la mia mente.

Cosa faremmo se capissimo di essere a pochi minuti dalla morte?

Mentre vedevo le luci di Roma rimpicciolirsi fino a diventare una suggestiva ragnatela, mentre l'adrenalina del decollo mi accarezzava lo stomaco e le mie labbra - lo ammetto - si plasmavano in una preghiera involontaria trattenendo il respiro, ho realizzato che il primo pensiero sarebbe stato il rimpianto. Per tutto quello che ancora sognavo di fare, per i miei progetti, per gli anni che ho ancora il diritto di vivere.

Diritto, poi? Quale legge non scritta garantisce che nulla di brutto possa accadere finché si è giovani? Il mio pensiero va alla famiglia che si è imbarcata con me. All'adorabile bambina che si divertiva come una matta con la lampo della felpa del padre. Alla giovane mamma che, nervosa, borbottava tra sé e sé: Certo che se tutto sembra dirci di non prendere questo volo, forse non dovremmo prenderlo, no? Forse non è destino. Ma no, non può mica accader nulla a chi ha tutta la vita davanti? E poi ripenso al bambino di 10 mesi morto in quell'aereo. E capisco che diritti non ne ha nessuno.

Poi il pensiero è andato agli anni trascorsi, alla vita che finora ho vissuto. Immaginavo cosa avrebbero potuto dire di me, a un mio ipotetico funerale. E ho sentito che, per quanto era in mio potere, avevo vissuto una vita piena, felice, che mi ero abbeverata a tutte le opportunità, che in ogni momento più o meno bello avevo comunque sentito la gioia di vivere.

Infine, ho pensato alle persone a cui voglio bene. E la morsa di gelo allo stomaco, la paura viscerale di fronte all'ignoto, la sensazione di ingiusto si sono un po' stemperate. La mattina l'avevo passata con la mia più cara amica, in deliziose chiacchiere di quotidiana complicità. Il resto della giornata con il mio fidanzato, che avevo salutato direttamente in aeroporto. E una parte di me si è detta che, se proprio doveva accadere qualcosa di brutto, era bello sapere di aver passato le ultime ore con buona parte delle persone a cui tengo di più.

L'aereo infine è atterrato senza problemi, com'era ovvio che fosse.

Eppure sono certa che, come me, tutti i passeggeri di quel volo e dei molti partiti dopo l'incidente Germanwings, quella domanda se la siano fatta. E che d'ora in poi vivremo ogni momento in modo un po' più consapevole.


∼ Marta∼






martedì 17 marzo 2015

Degli dei e di altri demoni - Calliope di Alessandra Nitti

A cura di Alessandra Nitti



Favole, miti e leggende del mondo del fantastico, tra letteratura e arte. Viaggi vituali e reali d'evasione... tutto in una pagina: questa!


Se mi chiedi quali sono stati i miei grandi libri, sono stati i viaggiatori del passato, ho sempre viaggiato con loro, erano i miei migliori compagni di viaggio. 
Tiziano Terzani


Degli dei e di altri demoni
Calliope




Io ho un'arma. È affilatissima.
Nessuno mi ha mai dato la licenza per usarla. Forse perché a nessuno importa.
Sono molti quelli che ridono di me. Loro non sanno che io ho ucciso delle persone, decine di persone! E non mi fermerò di certo qui. Ho anche torturato, maltrattato e stuprato esseri umani. Lo ammetto, mi sono divertito. Mi piace sentirmi onnipotente, impugnare la mia arma e fare dell'altro ciò che voglio. Sono ebbro di questo potere, non potrei mai smettere. Ho visto teste fracassate e fiumi di sangue, ho visto membra stritolate e corpi polverizzati.
Non pensate che io sia un sadico. Almeno, non lo sono sempre.
Con la mia arma posso anche guarire le persone: le mie vittime o le vittime degli altri. Posso donargli una nuova vita, posso regalargli giornate di sole e momenti di felicità. Sono come un dio. O forse lo sono per davvero. Non so. A volte l'ebbrezza del potere non mi fa più discernere il vero dal falso: è questo il prezzo da pagare per poter possedere una tale arma.
Non è difficile da usare come sembra. Uccidere, ferire, guarire e donare un sorriso non è complicato. È tutto così terribilmente semplice che spesso mi sembra che il mio talento non sia poi tanto speciale.
La mia arma funziona come un pennello: prendi una tela bianca e incominci a dipingere. Con la mia arma, però, non hai bisogno di destreggiarti tra le migliaia di sfumature dei colori. Essa li ha già tutti dentro di sé.
Posso dipingere ciò che vedo e ciò che sento: dipingo i suoni e gli odori, dipingo volti, cuori e addirittura passioni, dipingo questo disegno che state osservando proprio ora.
I colori sono le parole e l'arma è la mia penna.

domenica 8 marzo 2015

Un normale venerdì in metro


Succede così, un venerdì come tanti.
Una mattina di quelle che ti senti felice ed energica che neanche uno spot della Mulino Bianco: scendi dal letto pimpante, consumi quasi con gioia quella fetta biscottata che è la tua colazione in regime di dieta biafrana, ti avvii per strada con il sole che sembra sorridere e gorgogliare come quello dei Teletubbies.

Passo baldanzoso, tracolla al fianco e biglietto in mano, ti dirigi serena verso l'entrata della metro.
E lì accade.
Non è la scritta "Tiburtina" che svetta sopra la tua testa, come il "lasciate ogni speranza" dell'inferno dantesco.
Non è neanche l'odore di alcol-urina-sporco e altre fragranze non meglio identificabili che colpisce le narici con la delicatezza di un panzer tedesco.
Perché mentre stai lì, un piede sul primo gradino e l'altro ancora nel mondo dei vivi, una soave voce metallica dà il suo annuncio di morte.
Si avvisano i signori viaggiatori che causa affollamento straordinario delle banchine, al treno in arrivo in direzione Laurentina seguirà un altro, più libero. 
Il sorriso vacilla, appassisce come un fiore di campo di fronte ad Attila.
Eppure dai, ti dici, non è la fine del mondo. Ci sarà da aspettare la metro successiva. A volte capita.
Ma dentro di te una vocina ti dice che no, non sarà come al solito.
Affollamento straordinario.
Deglutisci, mentre un vociare confuso riempie la tromba del sottopassaggio, striscia sulle pareti unte e arriva a te carico di minaccia incombente.
E poi ti fermi, semplicemente, perché una barriera umana impenetrabile si erge davanti a te, appena varcati i tornelli.
Inchiodi contro lo spilungone davanti, tendi il collo, cerchi di vedere.
Nulla.
Persone a perdita d'occhio.
Schiene e teste di ogni foggia e dimensione schierate come le 10.000 statue di terracotta dell'imperatore Qin Shi Huang.
Ma no, tu non ti perdi d'animo. Sei partita col piede giusto, e ok, questo è un piccolo inciampo, ma si può fare.
Stringi i denti. A gomiti alti come un marines che striscia, ti insinui fra la folla e non si sa come, contusa e confusa, arrivi a intravedere il binario proprio mentre la metro si avvicina.
Ecco, l'elettricità attraversa la folla come una freccia, si animano, cominciano a scalpitare.
Vedi lo sguardo dei passeggeri all'interno che cambia, iniziano a tremare, pensano di scendere alla successiva, ma ormai è troppo tardi.
Le porte di aprono, è un attimo di silenzio, di stasi, di respiro trattenuto.
E poi, al grido di "QUESTA E' SPARTAAAAAAAAAAAAA!!!" la folla si scaglia in avanti, invade il vagone, travolge gli illusi che pensavano di scendere... e tu, un po' trasportata dalla marea umana, un po' arrampicandoti su chi ti sta attorno, incredibile ma vero riesci a salire.
Con un calcio ti liberi dalla vecchietta abbarbicata al tuo piede, la scrolli via proprio mentre le porte si chiudono, ringhi contro chi solo si azzarda a dire "Non c'è posto, scendete".
Ce l'hai fatta, sei sopra.
Sì, stai mettendo a dura prova l'incomprimibilità della materia, ma sei sopra.
Ti torna il sorriso.
Poco importa del gomito conficcato tra le scapole, del borsone dietro le ginocchia che ti fa assumere la posizione della rana, del tizio davanti che praticamente può fare una planimetria completa delle tue tette spiaccicate addosso a lui, e che...
Che ti chiama per nome.
Perché non è un tizio.
"Ehi, ma sei tu".
No, rispondi dentro di te, impallidendo. Non sono io. Sono una sosia abbandonata da piccola che ha vissuto in Jamaica e si è data alla fabbricazione di cestini di paglia.
Ma no, tu sei proprio tu. E lui è proprio lui.
Il tuo ex.
Le sue ultime parole, crepa.
Sbocci in un sorriso talmente naturale che tra poco ti si spaccano le guance. "Ma che piacere..."
Della serie, speravo proprio di incontrarti dopo che mi hai lasciata facendomi soffrire come un cane, specialmente ora che ho l'aspetto di una profuga in quarantena e sono costretta a spiattellarti le tette sull'avambraccio.
Coincidenze che rallegrano la vita, insomma.
Lui sorride. "Ti vedo... benino, dai"
Ridillo e ti ficco un dito nell'occhio. Poi chissà come mi vedi.
"Oh, ti trovo bene anch'io. Vedo che la cura per la calvizie incipiente era tarocca come ti dicevo..." cinguetti, soave come una coltellata nello stomaco.
Tiè.
Inizia a chiacchierare del più e del meno, apparentemente noncurante che i vostri corpi aderiscano con effetto ventosa, da fare pop quando li stacchi.
Ma poi fa la fatidica domanda, e arriva il momento della rivalsa, della vendetta, della nemesi.
"Allora, come ti vanno le cose? Novità?"
Eccolo, il momento che hai pregustato da quando il suo brutto muso si è ripresentato a due centimetri dal tuo, insieme alla scoperta che la sua alitosi nel frattempo non è migliorata.
"Io?" Ti stiracchi e con fare casuale praticamente gli schiaffi la mano in faccia, rischiando di sfregiarlo con lo Swarovsky che troneggia fiero sull'anulare. Della serie, quando si ha classe. "Mah, niente di che".
Così come casualmente gli accenni che ora stai con un uomo molto più bello, elegante, gentile, facoltoso, importante e sessualmente esperto di lui, con tanto di enumerazione di conto in banca, proprietà varie, regali dal primo mese a oggi e già che ci sei anche la cronaca della vostra ultima vacanza.
Perché dicevo, quando si ha classe...
E prima che lui possa anche solo esprimere una qualsiasi considerazione sul fiume di parole che gli hai riversato addosso, esclami un "Oh, questa è la mia fermata, devo andare, ciao!" e ti concedi solo il tempo di dargli il tuo pacchetto di mentine, accompagnato dalla preghiera "usale", prima di scendere.
E mentre ti allontani soddisfatta tra la folla della fermata che ovviamente non era la tua, ti chiedi se non sia stato troppo ardito sventolare l'anello della nonna e citargli pari pari la trama della tua soap preferita.
Ma d'altra parte, a volte bisogna improvvisare.
Questa è la vita.
E questo è un normale venerdì in metro.


∼ Marta∼